
Qualche settimana fa stavo attraversando una strada a Milano, teso come in un percorso di guerra per fronteggiare accelerate potenzialmente mortali di automobilisti o motociclisti insofferenti delle regole della circolazione. Al volante di una delle macchine ferme nel traffico ho visto una giovane signora soffiarsi il naso, abbassare il finestrino e, con la più grande naturalezza, buttare fuori il fazzoletto di carta e la scatola ormai vuota che l'aveva contenuto. I nostri sguardi si sono incrociati: ho mimato un applauso sarcastico. La guidatrice – vestita, pettinata e truccata con estrema cura, seduta nella sua vettura ben lucida – ha allargato le braccia, come a esprimere rammarico per un evento indipendente dalla sua volontà. Subito dopo il suo imbarazzo si è trasformato in risentimento, il gesto a due mani in un gesto a una mano sola. Le sue labbra dietro il parabrezza si sono mosse rabbiose, a pronunciare parole che potevo facilmente immaginare.
Curiamo noi stessi ma non la città in cui viviamo
Mentre continuavo il mio percorso, ripensavo al contrasto tra la cura che la guidatrice riserva al proprio aspetto personale e la trascuratezza con cui tratta la città in cui vive. Il suo comportamento discende probabilmente dall'idea che il mondo appena fuori dalla porta di casa, o dall'abitacolo della propria automobile, sia terra di nessuno. È una concezione diffusa, da noi: basta osservare un qualunque prato o spiaggia alla fine di una giornata di festa, quando le famigliole si ritirano lasciandosi dietro fogli di giornale, sacchetti di plastica, bottiglie, tappi, mozziconi di sigaretta. Nei luoghi costruiti, come in quelli naturali, ci si libera dei rifiuti come di pensieri ingombranti e fastidiosi. Lo fanno i singoli cittadini, lo fanno le imprese private e pubbliche che riversano nel territorio migliaia di tonnellate di spazzatura e scorie inquinanti. Messe di fronte alle conseguenze dei loro atti, reagiscono come la guidatrice del mio incontro, allargando le braccia, come se la responsabilità fosse da attribuirsi a forze esterne e superiori alle loro.
Si potrebbe parlare di mancanza di coscienza ambientale o civica, ma in fondo si tratta di espressioni di una maleducazione diffusa, i cui effetti, sgradevoli su scala personale, si traducono su scala più vasta in sfacelo e barbarie. È difficile stabilire una graduatoria delle forme di maleducazione in ordine di gravità, perché i comportamenti umani sono legati uno all'altro in modo inscindibile e un'espressione apparentemente innocua può rivelarsi più pericolosa di come sembra.
È un problema di codici
Nella prima metà del secolo scorso una cornice sociale insopportabilmente vecchia e oppressiva è stata rotta per far posto alla libera espressione, e quello che è rimasto sono solo macerie. La libera espressione, invece di tendere verso l'alto – verso la meravigliosa armonia naturale – ha puntato rapidamente verso il basso: verso il gesto triviale, la mancanza di rispetto, il gergo postribolare, l'immagine truculenta, l'aggressione verbale e fisica. Alla distanza formale e alla pantomima sociale si sono sostituiti la vicinanza appiccicosa e molesta, l'avidità e l'arroganza ostentate, la mancanza di pudore, l'assenza di misura. I genitori che non correggono i modi dei propri figli a tavola arrivano, per cedimenti morali progressivi, a giustificarli anche quando si mettono a tirare sassi da un cavalcavia o – per citare episodi di cronaca italiana più recenti – a bruciare i capelli di un compagno di scuola, a travolgere persone sulle strisce pedonali e darsi alla fuga, a stuprare una compagna di scuola per poi strangolarla e buttarla in un pozzo. Interrogati da telecamere acritiche e conniventi, padri e madri dicono «In fondo sono ragazzi», e guardano nell'obbiettivo.
Il fatto è che la famiglia italiana produce sempre più spesso persone con la tendenza a occuparsi esclusivamente di sé stesse e delle proprie ragioni, convinte di essere al centro dell'universo, senza alcuna curiosità né attenzione per gli altri, incapaci di ascoltare. È forse la forma ultima di maleducazione, e si accompagna all'idea che non ci sia nessun bisogno di imparare, migliorarsi, avere delle aspirazioni, coltivare delle capacità. Nella propria casa, anche il peggior somaro può sentirsi il protagonista del suo personale spettacolo per il solo fatto di esistere, con i genitori a fare da claque e da pubblico a servizio permanente, passivo e succube come un vero pubblico televisivo.
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