Bloccato un camion di pillole di pazienza perchè perdeva percolato

Abbiate pazzienza con due zeta, ovvero la pazzia della pazienza

martedì 30 dicembre 2008

Lei difende la sua casta



"Caro Ughi, lei difende soltanto la sua Casta"

La replica di Allevi al violinista:
"Da lui un attacco cieco e violento"
Ecco, Maestro Ughi, proprio su questo tavolino, c’è un foglietto spiegazzato con sopra un autografo. Certo, in questi ultimi anni ho avuto l’onore di firmarne tanti. Ma quello che ho qui con me, l’ho voluto io. È l’unico autografo che abbia mai chiesto a un artista. Quella sera di dieci anni fa, me ne tornai al mio monolocale da una gremita Sala Verdi del Conservatorio di Milano, con in tasca quel foglietto, come fosse un gioiello. Non era stato facile nemmeno raggiungere il camerino dell’artista, per un nessuno come me, un anonimo studente in Composizione. Io non avevo amicizie influenti, a stento arrivavo alla fine del mese, affrontavo grandi sacrifici per diplomarmi in Composizione e il biglietto del concerto l’avevo pagato. Ma ora avevo l’autografo di uno dei più valenti violinisti del mondo: lei, Maestro Ughi.
Come ha potuto farmi questo? Come ha potuto sputarmi addosso tanto veleno, proprio il giorno della Vigilia di Natale? Lei si ritiene offeso, e di cosa? Come fa una musica a offendere, se è scritta e suonata con tutta l’anima? Una musica strumentale senza parole? Secondo lei, io non sarei degno di essere ammesso in Conservatorio. In realtà vi ho trascorso i miei migliori anni preparandomi a diventare, con cura, impegno e passione, un compositore di musica contemporanea. Sono diplomato in Pianoforte con 10/10. Sono diplomato in Composizione col massimo dei voti. Ho pubblicato le mie partiture musicali. Sono un dottore in Filosofia, laureato con Lode e ho pubblicato i miei scritti. Il mondo della musica classica è malato. Lei è uno dei pochissimi che è riuscito a viverlo da protagonista, ma forse non immagina cosa vuol dire studiare anni e anni uno strumento musicale per arrivare, sì e no, a insegnare in una scuola privata.
E così, a spartirsi la torta del potere musicale sono in pochi, una casta, impegnata a perpetrare la propria concezione dell’arte e la propria esistenza. È una lobby di potere fatta di protettori e protetti, nascosti nelle stanze di palazzi per molti irraggiungibili. Dalla casta emerge sempre lo stesso monito: "La gente è ignorante, noi siamo i veri detentori della cultura". Ma proprio nelle aule del Conservatorio, analizzando le partiture dei grandi del passato, e confortato dal pensiero di Hegel nella Fenomenologia, ho maturato il convincimento che ogni epoca abbia diritto alla sua musica. Perché costringere il pubblico del nostro tempo a rapportarsi solo a capolavori concepiti secoli fa, e perdere così l’occasione di creare una musica nuova, verace espressione dei nostri giorni, che sia una rigorosa evoluzione della tradizione classica europea? La musica cosiddetta "contemporanea", atonale e dodecafonica, in ogni caso non è più tale, perché espressione delle lacerazioni che agitavano l’Europa in tempi ormai lontani. Ecco allora il mio progetto visionario. È necessario uno sforzo creativo a monte, piuttosto che insistere solo sull’educazione musicale, gettando le basi di una nuova musica colta contemporanea, che recuperi il contatto profondo con la gente. Ho provato a farlo, con le mie partiture e i miei scritti. È stato necessario. Ci sono voluti altri dieci anni, oltre i venti di studi, e il risultato, per nulla scontato, è stato deflagrante: il pubblico, soprattutto giovane, è accorso ai miei concerti, di pianoforte solo o con orchestra sinfonica, come fossero eventi rock, a Roma e a Milano come a Pechino, New York e Tokyo. Quella musica parla al cuore ma il suo virtuosismo tecnico e soprattutto ritmico richiede esecutori di grande talento. È una musica colta che non può prescindere dalla partitura scritta e che rifiuta qualunque contaminazione, con le parole, con le immagini, con strumenti musicali e forme che non siano propri della tradizione classica. Centinaia di giovani mi scrivono che, sul mio esempio, sono entrati in Conservatorio per studiare uno strumento o per intraprendere la via creativa della composizione. Come la storia dell’Estetica musicale insegna, in tutte le epoche ogni idea nuova ha dovuto faticare per affermarsi, divenendo poi, paradossalmente, la "regola" per i posteri. Quello che è certo è che quando il nuovo avanza fa sempre paura. Da amante di Hegel, quindi, sapevo benissimo che l’ondata di novità avrebbe mandato in crisi il vecchio sistema e che i sacerdoti della casta, con i loro adepti, non potendo riconoscere su di me alcuna paternità, avrebbero messo in atto una criminale quanto spietata opera di "crocifissione di Allevi". "Il suo successo mi offende...", "Le composizioni sono musicalmente risibili...", "È un nano...", ma l’assunto più grave che circola è: "Allevi approfitta dell’ignoranza della gente, attraverso una furba operazione di marketing". Niente di più falso! La mia è una musica classica, perché utilizza il linguaggio colto, la cui padronanza è frutto di anni di studio accademico. La mia è una musica nuova perché contiene quel sapore, quella sensibilità dell’oggi, che nessun musicista del passato poteva immaginare. "Ogni mattina, quando si leva il sole, inizia un giorno che non ha ancora mai vissuto nessuno", afferma il teologo David Maria Turoldo. La mia non è una musica pop, perché non contempla alcun cantante, alcuna chitarra elettrica e batteria e non usa la tradizione orale, o una scrittura semplificata come mezzo di propagazione. Non c’è alcuna macchinazione, tutto è assolutamente limpido e puro: le persone spontaneamente hanno scelto di seguirmi. Ma bisogna smettere di ritenere ignorante la gente "comune". Il pubblico cui si rivolgeva Mozart nel XVIII secolo era forse più colto del nostro? Mai in Italia ci sono stati tanti studenti di musica come in questi tempi.
Se la mia musica l’avesse infastidita, Lei poteva semplicemente cambiare canale. E invece, esprimendo un parere del tutto personale, si è voluto erigere a emblema di un mondo ferito, violento e cieco. Non sono un presuntuoso, semmai un sognatore, e la mia musica, assieme alle mie intuizioni estetiche, non hanno mai voluto offendere nessuno. Io, a differenza di lei, non ricopro nessun ruolo istituzionale, non ho fatto intitolare nessun Festival a mio nome, non ho potere alcuno nel cosiddetto "mondo della musica", ma ciononostante mi si accusa di essere in un luogo, il cuore di centinaia di migliaia di persone, dove altri vorrebbero essere. Alla luce delle sue parole, sembra paradossale che lei sia Presidente dell’Associazione "Uto Ughi per i giovani". Il grande Segovia diceva: "I giovani compositori hanno fatto la mia fortuna, io la loro". Invece Lei ha scelto la via facile dell’ostruzionismo, dall’alto della sua conclamata notorietà. Quel suo autografo che ho sempre conservato gelosamente, dopo tanti anni, per me ora non conta più niente.
L'articolo di Uto diceva
"Il successo di Allevi? Mi offende"

"Presuntuoso e mai originale"

Che spettacolo desolante! Vedere le massime autorità dello Stato osannare questo modestissimo musicista. Il più ridicolo era l’onorevole Fini, mancava poco si buttasse in ginocchio davanti al divo". Uto Ughi non ha troppo apprezzato il concerto natalizio promosso dal Senato della Repubblica che ha avuto come protagonista il pianista Giovanni Allevi. Il nostro violinista lo ha ascoltato - "fino alla fine, incredulo" - dalla sua casa di Busto Arsizio e ne è rimasto "offeso come musicista. Pianista? Ma lui si crede anche compositore, filosofo, poeta, scrittore. La cosa che più mi dà fastidio è l’investimento mediatico che è stato fatto su un interprete mai originale e privo del tutto di umiltà. Il suo successo è il termometro perfetto della situazione del Nostro Paese: prevalgono sempre le apparenze". Che cosa più la infastidisce di Allevi: la sua musica, le sue parole? "Le composizioni sono musicalmente risibili e questa modestia di risultati viene accompagnata da dichiarazioni che esaltano la presunta originalità dell’interprete. Se cita dei grandi pianisti del passato, lo fa per rimarcare che a differenza di loro lui è "anche" un compositore. Così offende le interpretazioni davvero grandi: lui è un nano in confronto a Horowitz, a Rubinstein. Ma anche rispetto a Modugno e a Mina. Questo deve essere chiaro". Come definire la sua musica? "Un collage furbescamente messo insieme. Nulla di nuovo. Il suo successo è una conseguenza del trionfo del relativismo: la scienza del nulla, come ha scritto Claudio Magris. Ma non bisogna stancarsi di ricordare che Beethoven non è Zucchero e Zucchero non è Beethoven. Ma Zucchero ha una personalità molto più riconoscibile di quella di Allevi". C’è più dolore che rabbia nelle sue parole. "Mi fa molto male questo inquinamento della verità e del gusto. Trovo colpevole che le istituzioni dello Stato avvalorino un simile equivoco. Evidentemente i consulenti musicali del Senato della Repubblica sono persone di poco spessore. Tutto torna: è anche la modestia artistica e culturale di chi dirige alcuni dei nostri teatri d’opera, delle nostre associazioni musicali e di spettacolo a consentire lo spaventoso taglio alla cultura contenuto negli ultimi provvedimenti del governo. Interlocutori deboli rendono possibile ogni scempio, hanno armi spuntate per fronteggiarlo".Che opinione ha di Allevi come esecutore? "In altri tempi non sarebbe stato ammesso al Conservatorio". Lui si ritiene un erede e un profondo innovatore della tradizione classica. "Non ha alcun grado di parentela con la musica che chiamiamo classica, né con la vecchia né con la nuova. Questo è un equivoco intollerabile. E perfino nel suo campo, ci sono pianisti, cantanti, strumentisti, compositori assai più rilevanti di lui". Però è un fenomeno mediatico e commerciale assai rilevante. "Si tratta di un’esaltazione collettiva e parossistica dietro alla quale agisce evidentemente un forte investimento di marketing. Mi sorprende che giornali autorevoli gli concedano spazio, spesso in modo acritico. Anche Andrea Bocelli ha un grande successo, ma non è mai presuntuoso quando parla di sé. Da musicista, conosce i propri limiti". Allevi è giovane. Non vuole offrirgli qualche consiglio? "Rifletta tre volte prima di parlare. Sia umile e prudente. Ma forse non è neppure il vero responsabile di quello che dice".C’è un aspetto quasi messianico in alcune sue affermazioni, in questa autoinvestitura riguardo al proprio ruolo per il futuro della musica. "Lui si ritiene un profeta della nuova musica, parla come davvero lo fosse. Nuova? Ma per piacere!".
Commento di un'esperto del Sole 24 ore (noto giornale di economia musicale)
Allevi, storia di un fenomeno studiato a tavolino

un grande pianista e compositore? È un bluff colossale? Dopo l'intervista di Uto Ughi a "La Stampa", in cui il celebre violinista si è duramente scagliato contro Giovanni Allevi, la polemica infuria, sulla stampa e sul web, tra chi considera il pianista marchigiano come un impostore e chi lo ritiene un genio bistrattato. Su una cosa Ughi ha certamente ragione: il successo (incontestabile) del quasi 40enne pianista è uno straordinario fenomeno di marketing.Un po' di storia.Giovanni Allevi può essere definito un giovane solo in una gerontocrazia come l'Italia: compirà infatti 40 anni il prossimo 9 aprile. Nato ad Ascoli Piceno, si diploma nel 1990 in pianoforte al Conservatorio di Perugia. Nel 1997 conosce Jovanotti e suona in alcune delle tournée del suo gruppo. Fino al 2005, però (ovvero fino a 35 anni di età), la sua carriera è quella di un pianista con formazione classica che sceglie invece una musica più facile da suonare e con un pubblico sicuramente più vasto. A fine 2004 ha già pubblicato due album, ma la sua presenza mediatica comprende soprattutto le rubriche dei programmi musicali; quella del Corriere della Sera riporta ancora nel 2004 concerti gratuiti (per esempio) per il pubblico della libreria Fnac di Milano, la città dove si è trasferito.Il decollo.Il colpo di genio (dei suoi addetti alle pubbliche relazioni) arriva proprio alla fine del 2004. Già il 21 dicembre di quell'anno si annuncia che "il pianista italiano Giovanni Allevi si esibirà al Blue Note di New York". All'epoca Allevi veniva presentato come "un pianista trasversale per la sua capacità di contaminare i generi, dalla musica classica al jazz, dal funky al pop e così via". I giornali riportano resoconti debitamente trionfalistici: "Successo al Blue Note di New York per il pianista Giovanni Allevi. Col doppio concerto di domenica (biglietti esauriti per entrambi) nel tempio del jazz, Allevi ha dato l'avvio a un tour internazionale che lo porterà in Europa e Cina". A una ricerca approfondita su Internet è peraltro sfuggita qualsiasi traccia del concerto sui media di lingua inglese. Come mai? Il concerto era organizzato in collaborazione con l'Istituto italiano di cultura, in coincidenza della rassegna "Jazz italiano a New York". Una rassegna nell'ambito della quale un discreto numero di gruppi nostrani (sempre a leggere i resoconti in italiano) fece il tutto esaurito in altri locali altrettanto prestigiosi della Grande Mela. Quanto ad Allevi, sui blog di questi giorni sono spuntati nostri connazionali allora a New York che affermano di aver ricevuto inviti per l'evento del 2005, sostenendo che il pubblico era composto in larghissima parte da italiani.Il secondo colpo di genio.La presenza al Blue Note, opportunamente pubblicizzata, fa da detonatore mediatico: come? non ci siamo accorti di avere in casa un artista che trionfa al Blue Note? Ecco che dal marzo 2005 le presenze di Allevi sulla stampa si moltiplicano, anche a seguito di una campagna di marketing martellante: se un "genio incompreso", che fino a sei mesi prima meritava solo qualche trafiletto o le due righe dei programmi degli spettacoli, ottiene ora interviste a piena pagina, il merito non può essere solo della sua musica.Nell'aprile del 2005 esce il nuovo album "No concept". Ed è in quell'occasione che arriva il secondo colpo di genio. Quello di presentare Allevi – lo stesso Allevi di prima – non più come musicista fusion, ma come musicista classico a pieno titolo. Sentiamo come lui stesso si definì in quell'occasione: "Mi accusavano di volare troppo alto, così ho diviso l'album in due parti: nella prima prendo l'ascoltatore per mano con melodie accattivanti, nella seconda lo porto nei miei territori preferiti. (..) La mia non è contaminazione; la contaminazione è debole e soggetta alle mode. La mia è una musica dallo sviluppo rigoroso. Per questo non sono un jazzista ma un compositore europeo".La nuova strategia non comprende solo la musica di Allevi, ma (come si addice a un fenomeno mediatico) il vendere Allevi come giovane e la sua capigliatura alla Lucio Battisti prima maniera. Ma al centro c'è soprattutto un'autoesaltazione che cresce col tempo, fino alla piccata risposta di domenica alle critiche di Uto Ughi: la mia "è una musica colta che non può prescindere dalla partitura scritta" afferma Allevi nella lunga lettera a La Stampa. Una musica che autodefinisce "un progetto visionario" per "gettare le basi di una nuova musica colta contemporanea".L'opinione che ha Allevi di sé stesso è sicuramente all'altezza dell'alterigia di Beethoven. Quella che hanno di lui gli altri è a volte diversa. Per uscire dalla polemica italiana vediamo la definizione di Allevi che dà il sito svizzero "Schwingende Klangwelt", che ne vende i CD: "Il giovane pianista e compositore – dice recensendo "Joy" – è regolarmente nelle classifiche italiane dei dischi pop, poiché i suoi pezzi orecchiabili, che si appoggiano alla tradizione classica ma la mescolano con elementi di pop e jazz, sono dei motivetti che non si dimenticano. Allevi scrive e suona con mano leggera melodie che sono ben fatte e sono perfette come rilassante passatempo serale, senza essere noiose. Molti dei suoi pezzi trasmettono una nonchalance tutta italiana e mettono di buon umore. ".Riuscirà il novello Mozart a farsi accettare anche all'estero come compositore di musica classica, o la definizione svizzera citata sopra resterà quella più diffusa fuori dai nostri confini?
Il sole 24 ore e la stampa

lunedì 1 dicembre 2008

Quando la Svizzera ostacolava i ricongiungimenti familiari dei nostri emigranti. E i mariti assumevano le mogli come domestiche per farle arrivare


Le mogli e i bambini degli immigrati? «Sono braccia morte che pesano sulle nostre spalle. Che minacciano nello spettro d'una congiuntura lo stesso benessere dei cittadini. Dobbiamo liberarci del fardello». Chi l'ha detto: qualche xenofobo nostrano contro marocchini o albanesi? No: quel razzista svizzero di James Schwarzenbach. Contro gli italiani che portavano di nascosto decine di migliaia di figlioletti in Svizzera. E non nell' 800 ma negli anni Settanta e Ottanta del '900.
Quando Berlusconi aveva già le tivù e Gianfranco Fini era già in pista per diventare il leader del Msi. Per questo è stupefacente la rivolta di un pezzo della destra contro la sentenza della Cassazione, firmata da Edoardo Fazzioli, che ha assolto l'immigrato macedone Ilco Ristoc, denunciato e processato perché non si era accontentato di portare in Italia con tutte le carte in regola (permesso di soggiorno, lavoro regolare, abitazione decorosa) solo la moglie e il bambino più piccolo ma anche la figlioletta Silvana, che aveva 12 anni. Cosa avrebbe dovuto fare: aspettare di avere un giorno o l'altro l'autorizzazione ulteriore e intanto lasciare la piccola in Macedonia? A dodici anni? Rischiando addirittura, al di là del trauma, il reato di abbandono di minore? Macché. Il leghista Paolo Grimoldi, indignato, si è chiesto «se la magistratura sia ancora un baluardo della legalità oppure il fortino dell'eversione».
E la forzista Isabella Bertolini ha bollato il verdetto come «un'altra mazzata alla legalità» e censurato la «legittimazione di un comportamento palesemente illegale». Lo «stato di necessità» previsto dalla legge e richiamato dalla suprema Corte, a loro avviso, non è in linea con le scelte del Parlamento. L'uno e l'altra, come quelli che fanno loro da sponda, non conoscono niente della grande emigrazione italiana. Niente. Non sanno che larga parte dei nostri emigrati, almeno quattro milioni di persone, è stata clandestina. Lo ricordano molte copertine della Domenica del Corriere, il capolavoro di Pietro Germi «Il cammino della speranza», decine di studi ricchi di dettagli (tra cui quello di Simonetta Tombaccini dell'Università di Nizza o quello di Sandro Rinauro sulla rivista «Altreitalie» della Fondazione Agnelli) o lo strepitoso reportage in cui Egisto Corradi raccontò sul Corriere d'Informazione del 1947 come aveva attraversato il Piccolo San Bernardo sui sentieri dei «passeur» e degli illegali. Non conoscono storie come quella di Paolo Iannillo, che fu costretto ad assumere sua moglie come domestica per portarla a vivere con lui a Zurigo. Ma ignorano in particolare, come dicevamo, che la Svizzera ospitò per decenni decine di migliaia di bambini italiani clandestini. Portati a Berna o Basilea dai loro genitori siciliani e veneti, calabresi e lombardi, a dispetto delle leggi elvetiche contro i ricongiungimenti familiari.
Leggi durissime che Schwarzenbach, il leader razzista che scatenò tre referendum contro i nostri emigrati, voleva ancora più infami: «Dobbiamo respingere dalla nostra comunità quegli immigrati che abbiamo chiamato per i lavori più umili e che nel giro di pochi anni, o di una generazione, dopo il primo smarrimento, si guardano attorno e migliorano la loro posizione sociale. Scalano i posti più comodi, studiano, s'ingegnano: mettono addirittura in crisi la tranquillità dell'operaio svizzero medio, che resta inchiodato al suo sgabello con davanti, magari in poltrona, l'ex guitto italiano». Marina Frigerio e Simone Burgherr, due studiosi elvetici, hanno scritto un libro in tedesco intitolato «Versteckte Kinder» (Bambini nascosti) per raccontare la storia di quei nostri figlioletti. Costretti a vivere come Anna Frank. Sepolti vivi, per anni, nei loro bugigattoli alle periferie delle città industriali. Coi genitori che, terrorizzati dalle denunce dei vicini, raccomandavano loro: non fare rumore, non ridere, non giocare, non piangere. Lucia, raccontano Burgherr e la Frigerio, fu chiusa a chiave nella stanza di un appartamento affittato in comune con altre famiglie, per una vita intera: «Uscì fuori per la prima volta quando aveva tredici anni». Un'altra, dopo essere caduta, restò per ore ad aspettare la mamma con due costole rotte. Senza un lamento. Trentamila erano, a metà degli anni Settanta, i bambini italiani clandestini in Svizzera: trentamila. Al punto che l'ambasciata e i consolati organizzavano attraverso le parrocchie e certe organizzazioni umanitarie addirittura delle scuole clandestine. E i nostri orfanotrofi di frontiera erano pieni di piccoli che, denunciati dalla delazione di qualche zelante vicino di casa, erano stati portati dai genitori appena al di qua dei nostri confini e affidati al buon cuore degli assistenti: «Tenete mio figlio, vi prego, non faccio in tempo a riportarlo a casa in Italia, è troppo lontana, perderei il lavoro: vi prego, tenetelo». Una foto del settimanale Tempo illustrato n. 7 del 1971 mostra dietro una grata alcuni figli di emigranti alla Casa del fanciullo di Domodossola: di 120 ospiti una novantina erano «orfani di frontiera». Bimbi clandestini espulsi. Figli nostri. Che oggi hanno l'età di Grimoldi e della Bertolini.
Dicono: la legge è legge. Giusto. Ma qui il principio dei due pesi e delle due misure nella Costituzione non c'è. E la realtà dice che almeno un milione di italiani vivono oggi in condizioni di sovraffollamento nelle sole case popolari senza essere, come è ovvio, colpiti da alcuna sanzione: non si ammanettano i poveri perché sono poveri. A un immigrato regolare e a posto con tutti i documenti che sogna di farsi raggiungere dalla moglie e dai figli esattamente come sognavano i nostri emigrati, la nuova legge chiede invece non solo di dimostrare un reddito di 5.142 euro più altri 2.571 per la moglie e ciascuno dei figli ma di avere a disposizione una casa di un certo tipo. E qui la faccenda varia da regione a regione. In Liguria ad esempio, denuncia l'avvocato Alessandra Ballerini, in prima linea sui diritti degli immigrati, occorre avere una stanza per ogni membro della famiglia con più di 14 anni più un vano supplementare libero (esempio: il salotto) più la cucina e più i servizi igienici. Il che significa che una famiglia composta da padre, madre e quattro figli adolescenti dovrebbe avere una casa con almeno sei stanze. Quanti italiani hanno la possibilità di vivere così? Quando vinse la Coppa dei Campioni, coi soldi dell'ingaggio e del premio per la coppa, Gianni Rivera comprò un appartamento a San Siro. Il papà e la mamma dormivano nella camera matrimoniale, il fratello nella cameretta e lui in un divano letto in salotto. Se invece che di Alessandria fosse stato di Belgrado, sarebbe stato fuorilegge. Ed era Gianni Rivera. Il campione più amato da un'Italia certo più povera. Ma anche più serena di adesso.

Gian Antonio Stella

02 dicembre 2008

mercoledì 12 novembre 2008

"Quasi" pronta una Legge Ammazzablog...


E’ un uragano di protesta contro il disegno di legge anti blog alla Camera. “L’Ammazza-blog”. Il rischio è reale - Insomma c’è chi vuole applicare ai blog quella forma di censura particolarmente odiosa che consiste nel registrarsi presso l’istituendo Registro deli Operatori della Comunicazione (ROC).
Basta conoscere un minimo la rete per capire che questo obbligo sarebbe deterrente per chiunque volesse mettersi ad esporre le sue idee su internet. E non è che ci sia da star tranquilli: in questo paese è stato condannato per “stampa clandestina” un blogger singolo, un privato cittadino, da un giudice che evidentamente guarda al mondo di oggi con gli occhi degli anni ‘30 e che ignora che un blog semplicemente non è un giornale ma una forma diversa e nuova di esercizio della libertà d’espressione.
Insomma l’aria non è buona e il senso di allarme dei blogger è motivato. Ma stavolta….
Uno pensa: un altro decreto con carattere d’urgenza che passerà a camere blindate? Un altro “graffio” alla costituzione tipo che se butti una lavatrice in strada a Torino ti multano e a Napoli ti sbattono in galera?
La libertà non muore in commissione VII - Non sembra che le cose stiano così: se si leggono con pazienza sia la premessa che l’articolato (sono 30 pagine, ebbene sì) della proposta di legge presentata in commissione VII dal deputato Levi, già collaboratore di Prodi, si vede che nel quadro di un disegno di legge molto ampio a un certo punto si esclude espressamente che l’obbligo di registrazione possa riguardare il singolo cittadino-blogger.
Il testo si può leggere
sul sito della Camera , anche se va detto che lo stesso deputato aveva presentato nel 2007 un testo analogo in cui questa specificazione era assente, fatto che procurò un’ondata di proteste molto forte e assai giustificata.
La zona grigia - Il comma 3, nel quale Levi ha esentato i blogger singoli dalla registrazione, non esaurisce, secondo i suoi critici, il problema. Si fa presente che poiché la registrazione sarebbe richiesta a chiunque realizzi con un gruppo di lavoro e con continuità dei profitti anche minimi sulla rete (con Google adsense c’è chi guadagna 100 euro al mese), questo aspetto potrebbe frenare lo sviluppo di tutta quella vasta “zona grigia” che sta fra il semplice blogging e i notiziari: le raccolte di contenuti tematici, si è detto perfino le “barzellette”. E si teme comunque che il peso deterrente dell’obbligo di registrazione finisca per pesare sulla forma d autoaggregazione libera che i blog intepretano.
Registriamo anche l’Onda? - Se non è ancora chiaro il problema, pensate a cosa sarebbe successo se il movimento degli studenti di queste settimane avesse dovuto porsi, prima di esprimersi, un problema di registrazione del blog. E in effetti - e questo è parere di questo blog che state leggendo - l’idea di inserire internet dentro una sistemazione generale dei media è bizzarra, votata all’insuccesso e potenzialmente pericolosa per la libertà di espressione in questo paese. Anche perché ormai i “mezzi” di internet non sono solo i blog: cosa fareste con i gruppi su Facebook o con twitter?
Lasciare la rete fuori dalle “sistemazioni” generali di sistema sarebbe una buona e necessaria idea.In realtà il nocciolo della faccenda qui sta in parte nella rischio “diffamazione” e dall’altra nel rischio “soldi” - visto che il disegno di legge si occupa anche di “sistemare” un quadro di soggetti che potrebbero accedere a finanziamenti pubblici.

sabato 8 novembre 2008

IN BOCCA - VI ABBIAMO VENDUTO L'ACQUA



Il governo Berlusconi senza dire niente a nessuno ha dato il via alla privatizzazione dell'acqua pubblica.
Mentre nel paese imperversano annose discussioni sul grembiulino a scuola, sul guinzaglio per il cane e sul flagello dei graffiti, il governo Berlusconi senza dire niente a nessuno ha dato il via alla privatizzazione dell'acqua pubblica. Il Parlamento ha votato l'articolo 23bis del decreto legge 112 [si tratta in realtà della legge 133/08. N.d.r.] del ministro Tremonti che afferma che la gestione dei servizi idrici deve essere sottomessa alle regole dell'economia capitalistica.
Così il governo Berlusconi ha sancito che in Italia l'acqua non sarà più un bene pubblico, ma una merce e, dunque, sarà gestita da multinazionali internazionali (le stesse che già possiedono le acque minerali). Già a Latina la Veolia (multinazionale che gestisce l'acqua locale) ha deciso di aumentare le bollette del 300% Ai consumatori che protestano, Veolia manda le sue squadre di vigilantes armatati e carabinieri per staccare i contatori.
La privatizzazione dell'acqua che sta avvenendo a livello mondiale provocherà, nei prossimi anni, milioni di morti per sete nei paesi più poveri. L'acqua è sacra in ogni paese, cultura e fede del mondo: l'uomo è fatto per il 65% di acqua, ed è questo che il governo italiano sta mettendo in vendita.L´acqua che sgorga dalla terra non è una merce, è un diritto fondamentale umano e nessuno può appropriarsene per trarne illecito profitto.L´acqua è l'oro bianco per cui si combatteranno le prossime guerre.Guerre che saranno dirette dalle multinazionali alle quali oggi il governo, preoccupato per i grembiulini, sta vendendo il 65% del nostro corpo.Acqua in bocca.


liberacittadinanza

martedì 14 ottobre 2008

venerdì 10 ottobre 2008

Quando erano italiani gli immigrati da linciare



L'Italia ha dimenticato quella feroce caccia all'italiano nelle saline della Camargue, alle foci del Rodano, che vide la morte di un numero ancora imprecisato di emigrati piemontesi, lombardi, liguri, toscani. Basti dire che, stando all'archivio del Corriere della Sera, le (rapide) citazioni della carneficina dal 1988 a oggi sui nostri principali quotidiani e settimanali sono state otto. Per non dire degli articoli dedicati espressamente al tema: due. Due articoli in venti anni. Contro i 57 riferimenti ad Adua, i 139 a El Alamein, i 172 a Cefalonia… Eppure, Dio sa quanto ci sarebbe bisogno, in Italia, di recuperare la memoria. Che cosa fu, Maurice Terras, il primo cittadino del paese, se non un «sindaco-sceriffo» che cercò non di calmare gli animi ma di cavalcare le proteste xenofobe dei manovali francesi contro gli «intrusi» italiani? Rileggiamo il suo primo comunicato, affisso sui muri dopo avere ottenuto che i padroni delle saline, sotto il crescente rumoreggiare della folla, licenziassero gli immigrati: «Il sindaco della città di Aigues-Mortes ha l'onore di portare a conoscenza dei suoi amministrati che la Compagnia ha privato di lavoro le persone di nazionalità italiana e che da domani i vari cantieri saranno aperti agli operai che si presenteranno. Il sindaco invita la popolazione alla calma e al mantenimento dell'ordine. Ogni disordine deve infatti cessare, dopo la decisione della Compagnia».

Per non dire del secondo manifesto che, affisso dopo la strage, toglie il fiato: «Gli operai francesi hanno avuto piena soddisfazione. Il sindaco della città di Aigues-Mortes invita tutta la popolazione a ritrovare la calma e a riprendere il lavoro, tralasciati per un momento. (...) Raccogliamoci per curare le nostre ferite e, recandoci tranquillamente al lavoro, dimostriamo come il nostro scopo sia stato raggiunto e le nostre rivendicazioni accolte. Viva la Francia! Viva Aigues-Mortes!». È vero, grazie al cielo da noi non sono mai divampati pogrom razzisti contro gli immigrati neppure lontanamente paragonabili a quelli scatenati contro i nostri nonni. Non solo ad Aigues-Mortes ma a Palestro, un paese fondato tra Algeri e Costantina da una cinquantina di famiglie trentine e spazzato via nel 1871 da una sanguinosa rivolta dei Cabili. A Kalgoorlie, nel deserto a 600 chilometri da Perth, dove gli australiani decisero di «festeggiare » l'Australian Day del 1934 scatenando tre giorni di incendi, devastazioni, assalti contro i nostri emigrati. (...)

Ma soprattutto negli Stati Uniti dove, dal massacro di New Orleans a quello di Tallulah, siamo stati i più linciati dopo i negri. Al punto che un giornale democratico, ironizzando amaro sui ridicoli risarcimenti concessi ai parenti dei morti, arrivò a pubblicare una vignetta in cui il segretario di Stato americano porgeva una borsa all'ambasciatore d'Italia e commentava: «Costano tanto poco questi italiani che vale la pena di linciarli tutti». È vero, da noi non sono mai state registrate esplosioni di violenza xenofoba così. È fuori discussione, però, che i germi dell'aggressività verbale che infettarono le teste e i cuori di quei francesi impazziti di odio nelle ore dell'eccidio somigliano maledettamente ai germi di aggressività verbale emersi in questi anni nel nostro Paese. Anzi, sembrano perfino più sobri. Maurice Barrès scriveva nell'articolo Contre les étrangers su Le Figaro, che «il decremento della natalità e il processo di esaurimento della nostra energia (...) hanno portato all'invasione del nostro territorio da parte di elementi stranieri che s'adoprano per sottometterci ».

Per non dire del problema della criminalità. Quella dei nostri emigranti accecava i francesi che sul Memorial d'Aix denunciavano come «la presenza degli stranieri in Francia costituisce un pericolo permanente, spesso questi operai sono delle spie; generalmente sono di dubbia moralità, il tasso di criminalità è elevato: del 20%, mentre nei nostri non è che del 5». Il libro di Enzo Barnabà sul massacro dei nostri emigranti ad Aigues-Mortes è una boccata di ossigeno. Perché solo ricordando che siamo stati un popolo di emigranti vittime di odio razzista, si può evitare che oggi, domani o dopodomani si ripetano altre cacce all'uomo.

Made in Corriere

mercoledì 1 ottobre 2008

Quel fascino per la camicia nera che cresce nel mondo del calcio


L'outing di Christian Abbiati, portiere del Milan fascista nel privato e ora anche in pubblico, ha allargato praterie di potenziali rivelazioni nel mondo del calcio italiano, da sempre silenziosamente a destra. Quelle parole rimbalzate in tutta Europa - "del fascismo condivido ideali come la patria, i valori della religione cattolica e la capacità di assicurare l'ordine" - sono sottoscritte, oggi, da una crescente platea di calciatori e dirigenti italiani.
La forza delle frasi rivelatrici di un portiere che è abituale frequentatore dei leader di Cuore nero, succursale dell'estremismo nero milanese e luogo di riferimento per gli ultrà dell'Inter, più che nell'indicare il solito revisionismo pret a' porter italiano che vuole un fascismo buono prima del '38 ("rifiuto le leggi razziali, l'alleanza con Hitler e l'ingresso in guerra", ha detto Abbiati) segnala come anche i calciatori, notoriamente pavidi nelle dichiarazioni, oggi comprendono che queste "verità" si possono finalmente dire: il vento del 2008 non le rende più pericolose per le loro carriere.
Sono diversi i campioni italiani che indossano numeri sinistri e sventolano effigi del Ventennio per poi giustificarsi: "Non lo sapevo". Il portiere Gianluigi Buffon, figlio di famiglia cattolica e impegnata, è stato sorpreso in quattro atti scabrosi. La maglia con il numero 88 che rimandava al funesto "Heil Hitler" segnalata dalla comunità ebraica romana, poi la canottiera vergata di suo pugno con il "Boia chi molla". Nel 2006, durante le feste al Circo Massimo per la vittoria del mondiale, si schierò - mani larghe su una balaustra - davanti allo striscione "Fieri di essere italiani", croce celtica in basso a destra. E i suoi tifosi, gli Arditi della Juventus, un mese fa a Bratislava gli hanno ritmato "Camerata Buffon" ottenendo dal portiere un naturale saluto. Quattro indizi, a questo punto, somigliano a una prova.
E' da annoverare tra i fascisti per caso il Fabio Cannavaro capitano della nazionale che a Madrid sventolò un tricolore con un fascio littorio al centro: "Non sono un nostalgico, ma non sono di sinistra", giura adesso. Nel 1997, però, pubblicizzò in radio le prime colonie estive Evita Peron, campi per adolescenti gestiti dalla destra radicale. Il suo procuratore, Gaetano Fedele, assicura: "Un calciatore può essere strumentalizzato inconsapevolmente".
Nella capitale si sta consumando un pericoloso contagio tra la curva della Roma, egemonizzata dalla destra neofascista, e i giovani calciatori romani. Daniele De Rossi, capitan futuro destinato a sostituire Totti, è un simpatizzante di Forza Nuova. E l'altro romanista da nazionale, Alberto Aquilani, colleziona busti del duce - li regala uno zio - mostrando opinioni chiare sugli immigrati in Italia: "Sono solo un problema".
Molti portieri la pensano come Abbiati, poi. L'ex Stefano Tacconi fu coordinatore per la Lombardia del Nuovo Msi-Destra nazionale ed è stato condannato per aver usato tesserini contraffatti giratigli dal faccendiere nero Riccardo Sindoca. Matteo Sereni, figlio della destrissima scuola Lazio, oggi che è portiere del Torino continua a dormire con il busto di Mussolini sulla testiera del letto.
Il problema è che i calciatori navigano dentro un mare di ipocrisia che consente di tenere "Faccetta nera" nella suoneria del cellulare senza provare sensi di colpa. Questione di maestri. L'ex allenatore della Lazio Papadopulo non si è mai preoccupato delle svastiche in curva "perché in campo non vedo oltre la traversa". Spiega Gianluca Falsini, difensore oggi al Padova: "Giocatori di sinistra ce ne sono pochi e la nostalgia per il Ventennio ti viene per colpa dei politici contemporanei". Già. Nel campionato 2007-2008 in campo sono raddoppiati gli episodi di razzismo: sono stati sei. Mario Balotelli, stella emergente dell'Inter, italiano di origini ghanesi, così racconta l'ultima partita contro la Primavera dell'Ascoli: "Dall'inizio alla fine mi hanno detto: "Non esistono neri italiani". Era lo slogan dei fascisti, volevo uscire dal campo".

Made in Repubblica

venerdì 12 settembre 2008

Succede solo a Milano?



Flop per lo "sportello Biagi", solo 32 occupati
Fallito il progetto che doveva dare lavoro ai milanesi più sfortunati.
Dopo tre anni l'esperienza si è chiusa. Spesi 4 milioni di euro
Tre anni per trovare lavoro a 32 persone. E il tutto spendendo quattro milioni di euro dei sette stanziati. Gli sportelli Marco Biagi dovevano dare uno stipendio ai milanesi più sfortunati. Quelli a cui la città del lavoro volta le spalle: ultracinquantenni licenziati, disoccupati da almeno un anno, persone sole con figli a carico ma senza un impiego. Dopo tre anni l'esperienza si è chiusa. In modo deludente. Gli "sportelli Marco Biagi" non esistono più. Le vetrofanie con il nome del giuslavorista ucciso dalle nuove Brigate rosse sono state tolte nel marzo scorso dalle sedi di via Savona e via Satta, a Quarto Oggiaro.
La sperimentazione era stata lanciata esattamente tre anni prima — il 14 marzo 2005 — dal sindaco Gabriele Albertini. "Con gli sportelli Marco Biagi ancora una volta Milano si conferma sede dell'innovazione in materia di lavoro — disse l'allora ministro del Lavoro, Roberto Maroni —, vogliamo replicare questa soluzione in altre regioni ". Nella sostanza l'obiettivo era ricollocare a tempo indeterminato 500 disoccupati "difficili" e coinvolgerne in progetti di riqualificazione altri 4.500. Il tutto con l'aiuto di sette agenzie per il lavoro (società private autorizzate dal ministero del Lavoro a intermediare manodopera) selezionate tramite concorso.
Le cose sono andate diversamente. Alla fine dei sette miliardi stanziati (5 e mezzo dal ministero del Lavoro e 2 dalla regione Lombardia) ne sono stati spesi poco meno di quattro. I soldi sono serviti a pagare le strutture, le agenzie del lavoro, i dipendenti del Comune. Ma anche a dare 400 euro al mese ai lavoratori coinvolti nel progetto in cambio della disponibilità a seguire corsi formazione. Al momento di tirare le somme, però, solo 32 hanno conquistato il posto fisso grazie agli sportelli. Gli altri (circa 2.300 persone) si sono dovuti accontentare nella migliore delle ipotesi di qualche contratto a termine. E il tutto in una città dove il tasso di disoccupazione è da anni sotto la soglia fisiologica del 4 per cento. E in cui ogni anno le agenzie del lavoro in affitto trattano un centinaio di migliaia di curriculum.
Da alcuni mesi sindacato e Comune discutono di un nuovo progetto su cui dovrebbero essere investiti i soldi non spesi dagli sportelli Marco Biagi (circa un milione e mezzo di euro). Si tratterebbe di una rete di sportelli in grado di orientare i milanesi nel vasto mondo dei servizi forniti dal Comune. "L'esperienza degli sportelli Marco Biagi è stata quantomeno deludente — valuta Antonio Lareno, segretario della Cgil che partecipa alla trattativa sulla sulla loro riconversione —. Il 23 settembre è previsto un incontro in Comune per mettere a punto il nuovo progetto. È forse l'ultima opportunità per dimostrare che questa città è in grado di produrre iniziative utili per i cittadini".
Made in Corriere

giovedì 4 settembre 2008

Da Brescia a Reggio Calabria Così la Ministra della Pubblica Istruzione Gelmini diventò avvocato

L'esame di abilitazione all'albo nel 2001.
Il ministro dell'Istruzione: «Dovevo lavorare subito»


Tra i furbetti che nel 2001 scesero dal profondo Nord a fare gli esami da avvocato a Reggio Calabria si infilò anche Mariastella Gelmini. Ignara delle polemiche che, nelle vesti di ministro, avrebbe sollevato con i (giusti) sermoni sulla necessità di ripristinare il merito e la denuncia delle condizioni in cui versano le scuole meridionali. Scuole disastrose in tutte le classifiche «scientifiche» internazionali a dispetto della generosità con cui a fine anno vengono quasi tutti promossi.

La notizia, stupefacente proprio per lo strascico di polemiche sulla preparazione, la permissività, la necessità di corsi di aggiornamento, il bagaglio culturale dei professori del Mezzogiorno.

Direte: possibile che sia tutto vero? La Ministra Gelmini ammette. E spiega le sue ragioni.

Un passo indietro. È il 2001. Mariastella, astro nascente di Forza Italia, presidente del consiglio comunale di Desenzano ma non ancora lanciata come assessore al Territorio della provincia di Brescia, consigliere regionale lombarda, coordinatrice azzurra per la Lombardia, è una giovane e ambiziosa laureata in giurisprudenza che deve affrontare uno dei passaggi più delicati: l'esame di Stato.

Per diventare avvocati, infatti, non basta la laurea. Occorre iscriversi all'albo dei praticanti procuratori, passare due anni nello studio di un avvocato, «battere» i tribunali per accumulare esperienza, raccogliere via via su un libretto i timbri dei cancellieri che accertino l'effettiva frequenza alle udienze e infine superare appunto l'esame indetto anno per anno nelle sedi regionali delle corti d'Appello con una prova scritta (tre temi: diritto penale, civile e pratica di atti giudiziari) e una (successiva) prova orale. Un ostacolo vero. Sul quale si infrangono le speranze, mediamente, della metà dei concorrenti. Tradizionalmente ostico in larga parte delle sedi settentrionali, con picchi del 94% di respinti, l'esame è infatti facile o addirittura facilissimo in alcune sedi meridionali.

Un esempio? Catanzaro. Dove negli anni Novanta l'«esamificio» diventa via via una industria. I circa 250 posti nei cinque alberghi cittadini vengono bloccati con mesi d'anticipo, nascono bed&breakfast per accogliere i pellegrini giudiziari.

Ma proprio alla vigilia del turno della Gelmini scoppia lo scandalo dell'esame taroccato nella sede d'Appello catanzarese. Inchiesta della magistratura: come hanno fatto 2.295 su 2.301 partecipanti, a fare esattamente lo stesso identico compito perfino, in tantissimi casi, con lo stesso errore («recisamente» al posto di «precisamente», con la «p» iniziale cancellata).

«Come vuole che sia andata? — spiega anonimamente una dei concorrenti imbroglioni —. Entra un commissario e fa: "Scrivete". E comincia a dettare il tema. Bello e fatto. Piano piano. Per dar modo a tutti di non perdere il filo».

Le polemiche si trascinano per mesi e mesi al punto che il governo Berlusconi non vede alternative: occorre riformare il sistema con cui si fanno questi esami. Un paio di anni e nel 2003 verrà varata, per le sessioni successive, una nuova regola: gli esami saranno giudicati estraendo a sorte le commissioni così che i compiti pugliesi possano essere corretti in Liguria o quelli sardi in Friuli e così via.

In quei mesi di tormenti a cavallo tra il 2000 e il 2001 la Ministra Gelmini si trova dunque a scegliere: «La mia famiglia non poteva permettersi di mantenermi troppo a lungo agli studi, mio padre era un agricoltore. Dovevo iniziare a lavorare e quindi dovevo superare l'esame per ottenere l'abilitazione alla professione». Quindi? «La sensazione era che esistesse un tetto del 30% che comprendeva i figli di avvocati e altri pochi fortunati che riuscivano ogni anno a superare l'esame. Per gli altri, nulla. C'era una logica di casta, per fortuna poi modificata perché il sistema è stato completamente rivisto». E così, «insieme con altri 30-40 amici molto demotivati da questa situazione, abbiamo deciso di andare a fare l'esame a Reggio Calabria».
I risultati della sessione del 2000, del resto, erano incoraggianti. Nonostante lo scoppio dello scandalo, nel capoluogo calabrese c'era stato il primato italiano di ammessi agli orali: 93,4%. Il triplo che nella Brescia della Gelmini (31,7) o a Milano (28,1), il quadruplo che ad Ancona. Idonei finali: 87% degli iscritti iniziali. Contro il 28% di Brescia, il 23,1% di Milano, il 17% di Firenze. Totale: 806 idonei. Cinque volte e mezzo quelli di Brescia: 144. Quanti Marche, Umbria, Basilicata, Trentino, Abruzzo, Sardegna e Friuli Venezia Giulia messi insieme.

Così facevan tutti, dice la Ministra Gelmini. Da oggi, dopo la scoperta che anche lei si è infilata tra i furbetti che cercavano l'esame facile, le sarà però un po' più difficile invocare il ripristino del merito, della severità, dell'importanza educativa di una scuola che sappia farsi rispettare. Tutte battaglie giuste. Giustissime. Ma anche chi condivide le scelte sul grembiule, sul sette in condotta, sull'imposizione dell'educazione civica e perfino sulla necessità di mettere mano con coraggio alla scuola a partire da quella meridionale, non può che chiedersi: non sarebbero battaglie meno difficili se perfino chi le ingaggia non avesse cercato la scorciatoia facile?

Gian Antonio Stella
Corriere della Sera

mercoledì 27 agosto 2008

C'è del Percolato in Danimarca!!!


L'assemblea di Lega calcio ha respinto all'unanimità le offerte per i diritti radiofonici e televisivi del calcio". Così l'ad del Milan Adriano Galliani ha reso noto che i diritti televisivi per la trasmissione "in chiaro" degli highlights sono rimasti invenduti. "Ci dispiace molto -ha detto Galliani- che A e B partano senza la possibilità di vederli per chi non ha la pay tv, ma queste sono offerte che non potevano essere accettate".
L'unica finestra calcistica in chiaro sarà riservata ai tg: "Ci saranno 8 minuti di immagini che i telegiornali, solo i telegiornali, potranno utilizzare -ha precisato Galliani- ciascuno farà il montaggio che piu' gli aggrada, naturalmente: 4 minuti per la serie B, 4 minuti per la serie A. Dopo le 20.30 per le partite pomeridiane, dopo la mezzanotte per le partite che cominciano alle 18 e alle 20.30".
L'amministratore delegato del Milan e vicepresidente della Lega "Socio fondatore di Mediaset" conferma quanto già si pensava: l'accordo per i diritti tv non è stato trovato... neanche con Mediaset.
Ma sono diritti inerenti alle reti pubbliche o anche a Mediaset Premium e Sky?
Riguarda solo gli highlights o anche le dirette in payperview?
Riguarda solo gli highlights sulle reti pubbliche e private, cioè rai e mediset mentre su sky e premium si può vedere tutto.
Forse c'è un piccolo problemino inerente al conflitto d'interesse:
- la lega calcio è presieduta da Galliani (uomo di berlusconi)
- mediaset è azienda di berlusconi
- la rai è comandata da uomini di governo ...cioè da berlusconi...
alias è berlusconi che non si mette d'accordo con berlusconi...sembra strano no?
ok meglio così dirà qualcuno non vedremo più Piccinini in televisione..e questo è un bene....
ma intanto chi vuole vedere il calcio è costretto a vederlo su sky o mediaset premium che aumentano i prezzi da 3 anni a questa parte...e continuano a farlo...
Galliani s'accorda con Confalonieri... La Lega si accorda con Mediaste Premium…

C'E' DEL percolato IN DANIMARCA NO?

giovedì 21 agosto 2008

lunedì 18 agosto 2008

raccolta di valori, principi e consigli pertinenti


Al rientro dalle ferie è consigliabile porre attenzione ai cibi in dispensa per evitare intossicazioni o, addirittura, avvelenamento. Particolare attenzione va riservata al controllo della funzionalità del freezer e del congelatore per essere sicuri che non vi siano state interruzioni del funzionamento. All'interno del frigorifero vanno eliminate le confezioni già aperte di prodotti reperibili oppure quelle non integre o gonfie in modo anomalo. Prima di un eventuale consumo, in ogni caso, vanno sempre verificate le date di scadenza e il periodo consigliato per il consumo. Ecco un piccolo vademecum:

  1. Controllo della funzionalità del freezer e del congelatore per accertarsi che non vi siano state interruzioni del funzionamento che rendono inutilizzabili i prodotti.
  2. All'interno del frigorifero vanno eliminate le confezioni già aperte di latte, succhi di frutta o conserve di pomodoro come pure quelle di tonno e sottoli se l'olio non copre integralmente il prodotto. A maggior ragione tener presente questo consiglio se i prodotti già aperti sono stati lasciati fuori dal frigorifero.
  3. Per gli alimenti in scatola con confezioni integre, collocati sia fuori che dentro il frigo, vanno sempre verificate le date di scadenza ed il periodo consigliato per il consumo.
  4. Frutta e verdura vanno controllate eliminando i pezzi avariati che se non vengono allontanati fanno marcire anche gli altri.
  5. Il portapane va controllato attentamente perché eventuali residui o briciole possono favorire la presenza di formiche o scarafaggi che spesso si annidano anche nella spazzatura se non è stata eliminata prima delle vacanze.
  6. La presenza di insetti che si manifestano con larve o minuscole farfalline può riguardare anche le confezioni già aperte di riso o pasta sulla quale possono svilupparsi muffe.

venerdì 25 luglio 2008

Qui c'è qualcuno che mi considera l'imbuto




Aiuto, Aiuto
qui c'è qualcuno che mi considera un imbuto
e mi riempie di concetti
a volte grandi a volte stretti
e non rispetta la mia regolarità

Aspetta un minuto

ed è per questo che mi trovo qui seduto
perchè ho deciso di provare
quasi di ricominciare
per cercare di cambiare la realtà

Del doman non c'è certezza

contro certa stitichezza

perchè è proprio l'ora di arrivare al dunque

Contro i condizionatori

contro i condizionamenti
rispettando le tradizioni delle genti


Finito, pulito

meglio non toccare il cielo con un dito
per schiacciare quel pulsante
di ragioni ce n'è tante qui non è proprio questione d'opinione

Soggetto, smarrito

l'ideale tende sempre all'infinito quando pensi alla realtà
scappa la felicità e non solo quando tiri lo sciacquone

Ma se vuoi la vita è bella

il gesto della catenella

condividi con miglioni di persone


quel qualcuno che dissente

forse non capisce niente

e non apprezza le sfumature del marrone


Made in Wayslow

giovedì 24 luglio 2008

La mia sapienza ha un limite!


Le imprese di Alberto da Giussano «Comparse rom, costano poco


kolossal rai sui comuni lombardi e su Barbarossa: il film «leghista»

BUCAREST — Vessilli bianchi segnati da una lunga croce rossa sventolano sulla facciata del palazzo dell'antico Comune annunciando la riscossa. Alberto da Giussano avanza fiero, spadone alla cinta, giustacuore di pelle, i ricci neri stretti da una fascia. Da lì a poco la grande battaglia. Lui a capo della Compagnia della Morte, 900 giovani pronti a sacrificarsi per difendere quel Carroccio simbolo dell'unione tra i comuni lombardi contro Federico Barbarossa. Ma stavolta, a salire su quei carri e annientare a colpi di falce lo straniero invasore, ci sono dei romeni. Anche dei rom.

Promossi sul campo, anzi sul set, a eroici «lumbard» senza macchia nè impronte digitali. Con buona pace di Bossi. Capita che il cinema si faccia beffe della storia ribaltando fisime e tabù anche quando meno lo si vorrebbe. Certo non era questa l'intenzione di Renzo Martinelli, regista amico del Senatur, in questi giorni alle prese con Barbarossa, kolossal fanta-storico da 30 milioni di dollari coprodotto da Rai Fiction e Rai Cinema, cast internazionale, da Rutger Hauer (l'imperatore germanico) a Raz Degan (Alberto da Giussano), da Kasia Smutniak a Cecile Cassel, da Angela Molina a Murray Abraham. Un epic-movie dalla doppia vita (una versione per il grande schermo, un'altra per la tv) fortemente sostenuto dalla Lega di oggi, in cerca di un passato da mitizzare. Ricostruito però, per ragioni tecnico-contabili, anziché nella gloriosa terra di Legnano nella «sospetta» Romania. Dove la campagna ancora intatta consente di evocare credibilmente scenari del XII secolo, dove ottimi studios offrono a ottimi prezzi artigiani e comparse di qualità. Maestranze capaci di cucire in poche settimane un migliaio di costumi (disegnati con cura maniacale da Massimo Cantini Parrini), di edificare pietra su pietra (anche se di polistirolo) quella che poteva essere la Milano del 1158, con le mura difese da grandi torri, le piazze circondate da case basse, banchetti con esposti vasi e stoffe, la bottega del maniscalco, la chiesa di mattoni la cui facciata, spiega la scenografa Rossella Guarna, ricalca quella romanico-lombarda di San Pietro in Ciel d'Oro di Pavia. Una vera città, destinata a crescere e dilatarsi in post produzione grazie alle magie del digitale. «Sei mesi e 2 milioni di euro per costruirla», svela Martinelli».

E come per presagio ecco che vien giù un acquazzone che trasforma in pochi minuti strade e piazze di terra battuta in gigantesche pozzanghere. Ma non ferma il set. In Romania non accade mai. «Sì, forse è paradossale girare qui una storia del genere, ma in Italia i costi sarebbero almeno triplicati», assicura il regista, che i conti li sa fare visto che è anche produttore dei suoi film e «totalmente contrario al cinema assistito». «Qui posso permettermi una troupe di 130 persone, solo 15 gli italiani, i capisquadra. Qui ho a disposizione migliaia di comparse, cavalli e stuntman a bizzeffe. Un macchinista in Italia costa 1500 euro al giorno, qui 300. Da noi dopo nove ore scatta lo straordinario, qui non esistono limiti d'orario. Per la manovalanza si usa lo "zingarume rumeno" a 400, 500 euro la settimana». Espressioni degne di Borghezio. Del resto Martinelli non è uno da mezze misure. L'idea delle impronte digitali non gli dispiace: «Vorrei sapere chi viene in casa mia», anche se ammette: «In Romania ho incontrato tanta gente perbene, purtroppo in Italia arriva solo la feccia». Prudente e avveduto, Raz Degan evita di farsi fotografare sotto le bandiere scudocrociate, ma presta volentieri il suo bel volto e il suo collaudato talento (Centochiodi di Olmi ha segnato la svolta) al leggendario condottiero da Giussano. «Alberto forse non è mai esistito. Quando non hai più nulla da perdere, solo allora puoi cominciare a vincere».

Made in Corriere

martedì 22 luglio 2008

lunedì 21 luglio 2008

Il giusto atteggiamento e buone prassi


Tra i concetti che si associano a 'disabile' si fa in genere fatica ad affiancare 'lavoro'. Ma è un pregiudizio da rimuovere, rivolgendosi proprio ai colleghi dei lavoratori con disabilità.
E' quanto fa lavorABILE, progetto ideato da Disabili.com, portale di riferimento nazionale, e promosso e finanziato dall'Assessorato alle Politiche Sociali della Regione Veneto.
Per diffondere buone prassi di inserimento lavorativo la campagna punta su un agile vademecum, incentrato su grafica immediata e concetti chiari.
I primi destinatari sono lavoratori e datori di lavoro, invitati ad apprezzare le potenzialità del “nuovo collega” disabile.
La rappresentazione positiva e costruttiva della disabilità unita ai contenuti immediati delle vignette danno forma e spessore a questa potenzialità.

LA GIUSTA COLLOCAZIONE

LavorAbile

Individuare il ruolo e le mansioni del lavoratore è fondamentale per un sereno inserimento nell'azienda.

QUANDO ENTRA IN AZIENDA E' UN LAVORATORE A TUTTI GLI EFFETTI

LavorAbile

Il lavoratore ha delle capacità che contribuiscono al buon andamento dell'azienda.

PULSANTIERE, PORTE, FINESTRE, GRADINI

LavorAbile

Quelle che per noi sono azioni semplici, per lui potrebbero essere impossibili: aprire alcuni tipi di porte, di finestre, premere pulsanti troppo alti.

PARCHEGGIO

LavorAbile

Per poter uscire dall'auto ha bisogno di un determinato spazio.

IN MENSA E IN PAUSA PRANZO

LavorAbile

In caso di difficoltà aiutalo a prendere piatti e bevande.

IN CASO DI EMERGENZA

LavorAbile

Nella progettazione del piano di sicurezza aziendale prevedi soluzioni alternative.

COINVOLGILO

LavorAbile

La qualità del lavoro si misura anche nelle relazioni.

LA DISABILITA' NON E' UN PRIVILEGIO

LavorAbile

Sil e Centro per l'Impiego della Provincia sono i punti di riferimento cui ci si può sempre rivolgere.

venerdì 18 luglio 2008

giovedì 17 luglio 2008

Vendo Tonno di qualità a poco prezzo


Per la cerimonia
Sicuramente durante la cerimonia non è bello disturbare gli sposi con scherzi inopportuni, ma per degli sposi veramente sportivi indichiamo alcuni "possibili" scherzi:

Procuratevi le scarpe dello sposo la sera prima delle nozze, e scrivete sotto le suole frasi del tipo: "aiuto", "salvatemi" o disegnateci qualcosa a voi più congeniale. L'importante è utilizzare un pennarello con la punta grande indelebile (uniposca bianco o scolorina). L'effetto è garantito nel momento in cui lo sposo si inginocchierà sull'altare.

Cambiate le fedi con due anelli, magari in plastica, di misura più piccola.

Accordatevi con l'autista dell'auto della sposa: nel momento in cui si troverà davanti alla Chiesa e lo sposo starà per avvicinarsi, il vostro complice, sgommando, dovrà ripartire e fare il giro del vicinato.

Trovate un invitato al matrimonio disposto a vestirsi da sposa, che poco prima dell'arrivo in Chiesa della vera sposa, si sostituisca a Lei.

All'uscita dalla chiesa degli sposi fate trovare, invece dell'auto, un ape o un carretto o qualsiasi altro strano mezzo, debitamente addobbato, che li accompagni al ristorante.

Nella futura casa

Chi ha la possibilità di avere come complice un familiare o può facilmente appropriarsi delle chiavi della nuova casa può organizzare i seguenti scherzi:

Posizionate per tutta la casa dei piatti o bicchieri di plastica colmi d'acqua. Se vi sentite particolarmente cattivi nascondete tutti i secchi che trovate in casa ed utilizzate i piatti; nel momento in cui si prendono in mano si piegheranno ed è inevitabile che l'acqua finirà in terra.

Posizionate un cartello vendesi fuori la porta della futura casa degli sposi.

Se possiedono un giardino privato, sotterrateci dei contenitori (tipo quelli delle sorprese degli ovetti kinder) chiusi con del nastro adesivo. Alcuni conterranno degli spiccioli, altri niente o della farina e acqua. Sotterratene più che potete e per contrassegnare la posizione infilateci degli stecchini per gli spiedini.

Procuratevi un rotolo di pellicola trasparente, alzate il copri-water e applicate accuratamente la pellicola sulla ceramica, quindi richiudete. Immaginate quando la sera gli sposi stanchi andranno ad utilizzare i servizi…

Recatevi in un negozio di animali ed acquistate una trentina di pesci rossi. Andate nella futura casa e mettete i pesci nella vasca, nel bidet, nel lavandino della cucina e del bagno.

Fate sparire tutte le pile dai telecomandi che trovate. Accendete, con il volume al massimo, tutti i televisori e impianti hi-fi che si trovano in casa poi staccate l'interruttore principale.

Procuratevi un dado da cucina o delle pastiglie per l'acquarello che utilizzavate da piccoli, svitate il diffusore della doccia e inserite il dado o la pastiglia, poi avvitate il diffusore. Il risultato è garantito nel momento in cui si apre l'acqua.

Nascondete per tutta casa delle sveglie che suoneranno ad orari diversi della notte (ogni 30-40 minuti, giusto il tempo per rilassarsi). Non dimenticate di prenotare anche una sveglia automatica della telecom.

Riempite la camera da letto degli sposi con dei palloncini in modo che anche la porta si apra a stento. Sarà loro compito scoppiarli tutti se vogliono andare a dormire.

Nascondete tra la rete ed il materasso dei piatti di carta.

Procuratevi dei campanelli e legateli alla rete del letto nuziale. Per scoraggiare gli sposi all'eliminazione del problema, i campanelli devono essere tanti e legati ben stretti. Sicuramente preferiranno dormire sul divano piuttosto che sentire tutta la notte il concertino dei campanelli.

Organizzate "una caccia alla chiave". Chiudete tutte le stanze, in ognuna nascondete la chiave che aprirà la stanza successiva, fate in modo che quella del bagno e della camera da notte siano le chiavi che verranno trovate per ultime.

Prendete un contenitore abbastanza grande, riempitelo d'acqua ed immergeteci la chiave della camera da letto, poi mettetelo nel freezer e lasciatelo congelare. Ci vorranno ore prima che il ghiaccio si sciolga e gli sposi possano riavere la chiave della loro camera.

Al rinfresco

Stampate dei nuovi menù da sostituire a quelli presenti sui tavoli del ristorante. Inventatevi dei menù ridicoli tipo: pane e acqua, biscotti secchi con latte, filetti di scorfano in salsa putrida, cachi per tutti. Caffè e amaro a volontà al bar (a pagamento). L'unica accortezza è quella di recarsi al ristorante prima degli altri e sostituire i menù senza che nessuno se ne accorga.

Recatevi dal pasticciere incaricato della torta nuziale e fatene un'altra in gomma piuma con le stesse guarnizioni di quella vera. Accordatevi con i camerieri e fate portare al tavolo degli sposi la torta finta. Potete fingere che nel trasporto i camerieri inciampino facendo volare la torta oppure potete farla portare al tavolo degli sposi e godervi le loro facce nel momento in cui l'andranno a tagliare.

Raccogliete tutti i soldi degli amici, inseriteli in un involucro ed immergetelo in un contenitore pieno di cemento e gesso. Gli sposi potranno scoprire cosa c'è dentro solo con martello e scalpello.

Posizionate una candela accesa su un cucchiaino e fatelo tenere in bocca allo sposo. Date alla sposa una pistola ad acqua (es. liquidator) con cui deve riuscire a spegnere la candela.

Cambiate in moneta tutti i soldi raccolti dagli amici. Portateli al pranzo con una carriola o incollate una moneta dietro l'altra con del nastro adesivo formando un serpentone di monete.

Durante il rinfresco si raccolgono tutte le carte d'identità degli invitati celibi. Si procede con l'estrazione (magari pilotata per scegliere la vittima più divertente) di un invitato e lo si benda. Ora si spiega al fortunato che dovrà togliere la giarrettiera alla sposa con la bocca, senza aiutarsi con le mani. Quindi lo sposo si rimbocca i pantaloni e si infila la giarrettiera, con la sposa sulle gambe. Fate in modo che tocchi il vestito della sposa, in modo che non sospetti niente, quindi lasciate che faccia tutto il resto...

Prima del caffè sostituite le bustine di zucchero degli sposi con la "frizzantina" (quella per far diventare frizzante l'acqua naturale). Se lo scambio avviene con successo, nel momento in cui la polverina viene versata nella tazzina si formerà un panettone che in pochi secondi si cristallizzerà.

mercoledì 16 luglio 2008

Tracce di Democristiani nella storia. Nerone: Duemila anni di calunnie


L’altra storia di Nerone, quella che nessuno conosce (salvo pochi studiosi, forse). Siamo abituati a conoscere l’imperatore dai film (primo fra tutti Quo vadis?) e dai pochi libri di storia che si studiano a scuola. Ma traendo informazioni da studi e studiosi molto seri, è possibile conoscere un uomo completamente diverso. Un imperatore che a soli 17 anni ha dovuto reggere sulle proprie spalle l’impero romano grazie alle aspirazioni di una madre (Agrippina) autoritaria e spregiudicata che ha voluto il figlio sul trono per gloria propria e anche ad un istitutore (Seneca) che appena ebbe occasione tentò di “guidare” Nerone contro i voleri della madre.
Ma Nerone non fu certo un personaggio senza carattere e senza idee, un debosciato, un folle, un piromane incendiario (su questo ultimo punto l’autore è chiaro: “Nessuno storico serio, né antico né, tantomeno, moderno, ha mai sostenuto che Nerone abbia incendiato Roma”) . Durante il suo regno l’impero conobbe un insolito periodo di pace, di prosperità economica e culturale. Ci furono spedizioni scientifiche, migliorie per il popolo (notevole fu la ricostruzione di Roma dopo il devastante incendio del luglio 64 e la successiva svalutazione monetaria che favoriva la ripresa economica dei ceti medi contro l’oligarchia latifondista dei senatori), per l’arte (Nerone ha cercato di ellenizzare i costumi romani, troppo rozzi e bellici, e sarà questo uno dei motivi della sua destituzione e morte). L’anima dell’imperatore era di artista, amante della musica, della poesia, della recitazione, ma era anche amante del piaceri del popolo (amava vagabondare di notte nei locali più squallidi della capitale e vivere gli eccessi con ubriacature e risse).
Nerone viene riabilitato, gli viene restituita la dignità per troppo tempo negata di grandissimo imperatore, uomo di stato e artista, con delitti (il più clamoroso è l’assassinio della madre Agrippina) che si ridimensionano se collocati nel particolare periodo storico.
Tra duemila anni forse verrà rivalutata anche la barzelletta di Berlusconi (Nerone disperato perché nel Colosseo come pasto per i leoni anziché i cristiani hanno introdotto i democristiani che i leoni se li sono mangiati). “Conoscenza approssimativa della storia”, dice visto che il Colosseo è stato costruito dopo la morte di Nerone (nella battuta originale si parla del Circo Massimo e non del Colosseo).
Duemila anni di calunnie per democristiani, Berlusconi e Nerone.